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  • Al mio bizzarro compagno d’infanzia

    Sono passati 18 lunghi anni da quel lontano 24 novembre del 1991…

    “Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Per me la felicità è la cosa più importante e se sono felice il mio lavoro lo dimostra. Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere.”(Ultima intervista di Freddie Mercury, 1991)

    Queen — These Are The Days Of Our Lives

    Sometimes I get to feelin

    I was back in the old days – long ago

    When we were kids when we were young

    Thing seemed so perfect – you know

    The days were endless we were crazy we were young

    The sun was always shinin – we just lived for fun

    Sometimes it seems like lately – I just don’t know

    The rest of my lifes been just a show

    Those were the days of our lives

    The bad things in life were so few

    Those days are all gone now but one thing is true

    When I look and I find I still love you

    You can’t turn back the clock you can’t turn back the tide

    Aint that a shame

    Id like to go back one time on a roller coaster ride

    When life was just a game

    No use in sitting and thinkin on what you did

    When you can lay back and enjoy it through your kids

    Sometimes it seems like lately – I just don’t know

    Better sit back and go with the flow

    Cos these are the days of our lives

    They’ve flown in the swiftness of time

    These days are all gone now but some things remain

    When I look and I find no change

    Those were the days of our lives – yeah

    The bad things in life were so few

    Those days are all gone now but one things still true

    When I look and I find

    I still love you

    I still love you

    red light

    She falls into frame with a professional pout but the polaroids ignite on seeing their subject and the aperture shuts-too much exposure
    Voyeur sucks into focus-floodlit the glossy kiss-pit but as emulsion drips down…down
    the aperture shuts-too much exposure
    Come into this room-Come into this gloom See the Red light rinsing another shutterslut wincing the sagging half-wit sister
    pretty, pretty picture
    of an ancient nipple shrinking-that Kodakwhore winking ’til the aperture shuts-too much exposure.
    *Siouxsie*

    Senza titoli…e anche senza parole

    Samuele Bersani_L’Oroscopo Speciale

    Il caso vuole che io non sia capace
    di assorbire la tua voce in pace
    non sto bene
    oddio mi sento le caviglie in catene
    il caso vuole che io non sia per niente
    quello che tu avevi avuto in mente
    non importa
    ho comprato una chitarra distorta
    e la porta sbatte per il vento
    ho una guancia sopra il pavimento
    no, son svenuto
    pensandoci mi è piaciuto
    io vivo inseguito dalle videoteche che non hanno mai dei titoli per
    me
    non ne ho ridato mai uno indietro
    è un segreto che sai soltanto te
    mi manchi tu non ci sei più è sempre accesa la tv
    e mi addormento alle tre
    perché a quell’ora mi sento sereno
    o almeno non mi faccio un caffè
    mi hanno già pulito il vetro e contemporaneamente
    le parole che ho inventato senza averle scritte
    non fa niente
    ricomincio dal presente
    io vivo inseguito dalle videoteche che non hanno mai dei titoli per
    me
    non ne ho ridato mai uno indietro
    è un segreto che sai soltanto te
    mi manchi tu non ci sei più è sempre accesa la tv
    e mi addormento alle tre
    perché a quell’ora mi sento sereno
    o almeno non mi faccio un caffè
    io vivo inseguito dalle videoteche che non hanno mai dei titoli per
    me
    non ne ho ridato mai uno indietro
    è un segreto che sai soltanto te
    mi manchi tu non ci sei più è sempre accesa la tv
    e mi addormento alle tre
    perché a quell’ora mi sento sereno
    o almeno non mi faccio un caffè

    the gift – FARE MONDI- Padiglione 73 BIENNALE DI VENEZIA

    ó μùθος

    copertina

     

    Chi non ha il coraggio di    aprirsi alla crisi, rinunciando alle idee-mito che finora hanno diretto la sua vita, si espone a quella inquietudine propria di chi più non capisce, più non si orienta.”

    Giovinezza e intelligenza, felicità e amore materno. E poi moda e tecnica, sicurezza e potere, e ancora mercato, crescita economica, nuove tecnologie… Sono i miti del nostro tempo, le idee che più di altre ci pervadono e ci plasmano come individui e come società. Quelle che la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa propongono come valori e impongono come pratiche sociali, fornendo loro un linguaggio che le rende appetibili e desiderabili.
    I miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel profondo della nostra anima. Sono idee che noi abbiamo mitizzato perché non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano. Eppure occorre risvegliarsi dalla quiete apparente delle nostre idee mitizzate, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono proprio dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono più di comprendere il mondo in cui viviamo. Per recuperare la nostra presenza al mondo dobbiamo allora rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli al vaglio della critica, perché i nostri problemi sono dentro la nostra vita, e la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo.


    Kate Moss‘ golden unveiling_ Mark Quinn_$20 million selling price

    Number one

    E’ tempo di scelte importanti

    Walk out into velvet
    Nothing more to say
    You’re my favourite moment
    You’re my Saturday
    Cos you’re my number one
    I’m like a dog to get you
    I want it up and on
    I’m like a dog to get you
    Yeh, yeh, yeh, yeh
    Sunset only seconds
    Just ripe then it’s gone
    Got no new intentions
    Just right then it’s gone
    Cos you’re my number one
    I’m like a dog to get you
    I want it up and on
    I’m like a dog to get you
    Yeh, yeh, yeh, yeh
    I’ll be there to meet you
    Getting down to greet you
    Walk out into velvet
    Nothing more to say
    You’re my favourite moment
    You’re my Saturday
    Cos you’re my number one
    I’m like a dog to get you
    I want it up and on
    I’m like a dog to get you
    Yeh, yeh, yeh, yeh
    Cos you’re my number one
    I’m like a dog to get you
    I want it up and on
    I’m like a dog to get you
    Yeh, yeh, yeh, yeh
    Howl under the moon

    Goldfrapp, number one

    troppe lobby per una città così piccola!

    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

    Il termine gruppo di pressione ha, nella lingua italiana, un sinonimo acquisito dalla tradizione anglosassone: lobby.

    Il termine lobby viene usato correntemente anche per indicare un certo numero di gruppi, organizzazioni, individui, legati tra loro dal comune interesse di incidere sulle istituzioni legislative: in Europa presso la Commissione che ha sede a Bruxelles, negli Usa presso il Congresso di Washington.

    Il fenomeno lobbistico si inquadra in un contesto de-ideologizzato, pertanto l’adesione o la presa di contatto con un gruppo di interesse non implica di per sé coincidenza a una generalizzata,o ideologica, visione del mondo ma si concretizza in un supporto a singole e specifiche negoziazioni con le istituzioni.

    E, per finire, esso è stato adottato dal linguaggio giornalistico, anche per indicare una manifestazione popolare, generalmente composta da un corteo, comizi, uso di cartelli e striscioni, che ha lo scopo di far pressione in supporto di (o contro) un preciso provvedimento legislativo (es.: la lobby contro la “poll-tax” istituita dal Primo Ministro conservatore Margaret Thatcher, che si è attivata in più riprese nell’arco dell’anno 1990/1991 in Gran Bretagna). Tutti gli usi non letterali del termine lobby, escluso quest’ultimo, sono entrati a far parte della lingua italiana o, per lo meno, del linguaggio giornalistico italiano. Abbiamo quindi: “lobby”, “lobbies”, “lobbying”, “lobbista”, ecc.

    Etimologia

    Lobby è parola di derivazione latina medioevale (da “lobia” = loggia, portico). Secondo Adrian Room questa parola venne usata per la prima volta da Thomas Bacon in The Relikes of Rome nel 1553; nel 1593 essa venne ripresa da William Shakespeare in Enrico VI, parte II, con il significato di “passaggio”, “corridoio”.

    Altre fonti fanno derivare lobby dall’Antico Alto-Tedesco lauba, che significava deposito di documenti, che divenne poi lobby nell’adattamento inglese. Il dizionario inglese Webster ricorda che questa parola designa anche il recinto dove vengono raggruppati gli animali destinati al macello.

    Fu nel secolo diciannovesimo, 1830 circa, che il termine lobby venne ad indicare, nella House of Commons, quella grande anticamera in cui i membri del Parlamento usavano votare durante una “division”.

    Successivamente il termine venne attribuito a quella zona del Parlamento in cui i rappresentanti dei gruppi di pressione cercano di contattare i membri del Parlamento stesso. Per indicare questi rappresentanti e l’attività da essi esercitata, si iniziò, nel XIX secolo, a far uso dei termini lobbyist e lobbying. Estensivamente lobby indica poi il gruppo da essi rappresentato.

    notti bianche

    Visconti è un romantico. Per lui il tramonto sarà sempre più affascinante dell’alba, e la bellezza è illuminata dalla tragedia che porta in sé. (Claudia Cardinale)

    Poesia

    ( per Alda Merini)
    Mi visita ogni notte,
    fa scempio dei mie sogni,
    è ineffabile la sua limpida
    bellezza, silente il suo dolore.
    Chiede alla luna di perla ,
    parla nel velluto profondo,
    per lasciarmi cantare ancora,
    per rubarmi la speranza.
    E’ crudele e sottile perchè,
    quando la invoco, sa
    privarmi di passione e dignità,
    prostrata tra sillabe mute.
    E’ la mia condanna strisciante
    ad un lento e irrequieto riscatto.
    E’ la mia lustrazione,
    da trascorrere senza ore d’amore.

    20-o7-2003
    ma la pubblico oggi, tanto ormai è troppo vecchia per partecipare a qualsiasi concorso

    ADDIO ALDA, piccola ape furibonda

    Ruba a qualcuno la tua forsennata stanchezza
    o gemma che trapassi il suono
    col tuo respiro l’ombra che sta ferma
    di fronte ad un porto di paura
    quel trascendere il mito
    come se fosse forzatamente azzurro
    o chi senza abbandono
    che non sanno che il pianto dei poeti
    è solo canto.
    Canto rubato al vecchio del portone
    rubato al remo del rematore
    alla ruota dell’ultimo carro
    o pianto di ginestra
    dove fioriva l’amatore immoto
    dalle turbe angosciose di declino
    io sono l’acqua che si genuflette
    davanti alla montagna del tuo amore.

    Pianto dei poeti_Alda Merini

    Un saluto ad una donna splendida, forte e geniale che ha sempre pagato il prezzo delle tue fortissime passioni…ti mando un abbraccio intenso, ovunque tu sia, per sempre nella tua piccola casa nel cuore di milano decorata  da ninnoli e lustrini, preda dell’horror vacui… la tua casa sarà sempre nel cuore di chi continuerà a leggere le tue poesie.

    BIO:
    Alda Merini è nata a Milano il 21 marzo 1931. Ha esordito giovanissima, a soli sedici anni, sotto l’attenta guida di Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti. La sua prima raccolta di poesie, La presenza di Orfeo, uscita da Schwarz nel 1953 con una presentazione di Spagnoletti, ebbe un grande successo di critica. Si sono occupati di lei, fra gli altri, Oreste Macrì, David Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Carlo Batocchi, Maria Corti, Giovanni Raboni.Successivamente furono pubblicati: Paura di Dio (Scheiwiller 1955), Nozze romane (Schwarz 1955), Tu sei Pietro (Scheiwiller 1962). Le quattro raccolte di versi sono state riunite con il titolo La presenza di Orfeo da Secheiwiller nel 1993.Dopo vent’anni di silenzio, dovuto alla malattia, sono apparse: La Terra Santa (Scheiwiller 1984), Testamento (Crocetti 1988), per Einaudi Vuoto d’amore (1991), Ballate non pagate (1995), Fiore di poesia (1951-1997) (1998), Superba è la notte (2000), Più bella della poesia è stata la mia vita (2003 con videocassetta), Clinica dell’abbandono (2004), per Frassinelli L’anima innamorata (2000), Corpo d’amore, Un incontro con Gesù (2001), Magnificat. Un incontro con Maria (2002), La carne degli Angeli (2003).Nel 1996 Scheiwiller ha raccolto alcune plaquette ne La Terra Santa: Destinati a morire (1980), La Terra Santa (1983), Le satire della Ripa (1983), Le rime impetuose (1983), Fogli bianchi (1987).Con L’altra verità. Diario di una diversa (prima edizione Scheiwiller 1986, nuova edizione Rizzoli 1997) inizia la sua produzione in prosa, a cui sono seguiti Delirio amoroso (il Melangolo 1989 e 1993), Il tormento delle figure (il Melangolo 1990), Le parole di Alda Merini (Stampa alternativa 1991), La pazza della porta accanto (Bompiani 1995, Premio Latina 1995, finalista Premio Rapallo 1996), La vita facile (Bompiani 1996), Lettere a un racconto. Prose lunghe e brevi (Rizzoli 1998) e Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni Sessanta (Scheiwiller 1999).Vi si aggiungono Aforismi e magie (Rizzoli 1999, BUR 2003), raccolta di aforismi, e l’antologia di poesie Folle, folle, folle d’amore per te. Poesie per giovani innamorati. (Salani 2002).Nel 1993 ha ricevuto il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia, nel 1996 il Premio Viareggio, nel 1997 il Premio Procida-Elsa Morante e nel 1999 il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Settore Poesia.

    dal sito ufficiale:http://www.aldamerini.com/

    Francesca Woodman in mostra a siena

    fino al 10.I.2009 a Siena, sms contemporanea

    Dall’Autoritratto a tredici anni, lungo un percorso di oltre cento scatti. Una panoramica completa (seppur in spazi sacrificati) dell’opera della statunitense. Gigante della fotografia in soli ventitrè anni…

     


    Francesca Woodman (Denver, 1958 – New York, 1981) era una fotografa statunitense, nata da una coppia di artisti. Fra il 1977 a 1978 visse a Roma per frequentare i corsi europei della Rhode Island School of Design. Qui studiò, lavorò e conobbe diversi artisti.
    Presso il Centro di arte contemporanea di Santa Maria della Scala sono ora esposte 114 fotografie, quasi tutti autoscatti in bianco e nero, in gran parte di piccole dimensioni. In mostra vi sono anche alcuni video. Le sale, più che allestite, sono stipate e non danno abbastanza spazio alla domanda di vuoto e di tempo.
    L’opera di Francesca Woodman sfugge a ogni categorizzazione dal fiato corto. È un respiro di magia, illusione, incanto, più qualcosa d’altro d’inesprimibile e dilatato, su cui s’inciampa. Una ricerca di grande coerenza strutturale, un’ostinazione adolescenziale ed energetica verso il mezzo fotografico, contro cui Woodman riversa tutta se stessa per otto anni. Un dis-orientamento preciso, che non si sperpera mai, grazie a un indirizzo perfetto: il suo punto di vista.
    Da una parte il buco di un occhio che chiama. Dall’altra parte la fotografa che risponde sempre, disponibile e impegnata nei suoi esercizi di apparizione e sparizione dentro e fuori lo spazio reale. Tra i due poli dialettici cade l’immagine, la prova di esistenza/resistenza, fissata sopra un cartoncino nero e circoscritta da rare intrusioni didascaliche, che sviano la visione verso ciò che volontariamente viene escluso dal bordo.
    Francesca Woodman - Self portrait at thirteen - Boulder, Colorado, 1972 - stampa alla gelatina d’argento
    Complice della scomparsa e consapevole dell’autoinganno, Francesca Woodman si insegue tutta la vita, in uno spazio che è altrove. Controlla il suo sguardo come un’anoressica del visibile. Mangia tutto con gli occhi (se stessa, le cose, gli ambienti) e lo rigetta fuori attraverso l’immagine fotografica, dopo un soggettivo restauro di senso, mentre racconta di disordinate geometrie interiori.
    “La mia è una vita d’acrobata tra la morte e la poesia, sospesa, trattenuta da un filo”, scriveva Mireille Havet, poetessa francese. Già a tredici anni Francesca Woodman si sposa al mezzo fotografico aggrappata a un filo, che nel suo primo autoscatto compare davanti a tutto.
    La fotografia colleziona prove di vita e pezzi di corpo, ma sovente si priva del volto dell’artista. Prove su prove, speranze e paure vicine alle cose semplici. Sfasature (tra reale e percepito) trasferite, grazie alla decisione di uno scatto, su conferme cartacee, rese indipendenti dal soggetto. Indivisibili (lei, il soggetto, e il mezzo) vagano e cercano riferimenti intorno alla luce.
    Francesca Woodman - Senza titolo - Providence, Rhode Island, 1976 - stampa alla gelatina d’argento
    Insieme cercano di staccare l’ombra da terra, o staccano il corpo da terra per lasciare un’ombra scura sotto ai piedi, meno precaria delle altre. Si aggrappano alla porta, sopra il vuoto di un passaggio chiuso o inseguono un’anima solida accanto alla breve e confortante immobilità degli oggetti. Giocano a nascondino tra l’inganno e il riconoscimento di uno specchio, o in altri luoghi di reciproca inconsistenza.

     

    federica bianconi
    mostra visitata il 26 settembre 2009

    http://www.exibart.com/notizia.asp/IDNotizia/29237/IDCategoria/1